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Criminologia ambientale: approcci e orientamenti filosofici

angelo francesco macri

Cristian Rovito – criminologo qualificato AICIS

La criminologia ambientale

…pone l’attenzione sui crimini ambientali e sui danni ambientali. Da qui la ragione per cui all’interno di un’environment criminological area (ECA) si inseriscono diversi approcci di studio e di analisi che, insieme, rimangono connessi su un piano interdisciplinare.

Non è trascurabile evidenziare quanto l’approccio al danno abbia valenza sotto il profilo ecologico ed eminentemente giuridico – normativo.

…persegue un fine certamente sociale. Si configura come strumento finalizzato a denunciare casi di sostanziale ingiustizia sociale ed ecologica, assolvendo ad una funzione/capacità critica verso gli stati nazionali e le multinazionali che causano direttamente o indirettamente danni a quegli ecosistemi che vengono sistematicamente sfruttati secondo la logica economico – capitalistica.  Da qui un approccio che utilizza anche i tipici strumenti di indagine dell’economia politica e della politica economica. 

criminologia ambienrtale

La focalizzazione dei criminologi interessa tuttavia la criminalità ambientale, per cui costoro non trascurano di occuparsi anche di quelle attività dannose per gli ecosistemi che non hanno ancora trovato una collocazione e/o definizione giuridico di stampo esclusivamente penalistico. Nella sostanza, si tratta di quelle condotte che attraverso un processo di costruzione sociale non sono ancora venuti alla luce come reati.

Nel panorama della green criminology, sono diversi i modi con cui i criminologi si occupano di criminalità ambientale. Ci sono taluni studiosi per i quali la criminalità ambientale è quella che discende prevalentemente da attività definitorie proprie del noto approccio legale – normativo, per cui “è tutto ciò che la legge stabilisce debba essere”. E ci sono talaltri ricercatori che si focalizzano sul danno ambientale di guisa che, indipendentemente dallo status giuridico, sin da subito fanno emergere un reato sociale ed ecologico. Vi è ancora l’approccio del criminologo critico, che dinanzi alle “questioni criminali ambientali” individua forme devianti, poi classificabili come reati, ogniqualvolta vi sia un danno arrecato all’ambiente od agli animali.

In estrema sintesi, se l’interesse della criminologia ambientale, secondo l’autorevole indirizzo di Avi Brisman e Nigel South, è rivolto ai crimini e ai danni ambientali, è certamente interessante ricorrere agli orientamenti ecofilosofici per integrare gli approcci e le prospettive supra citate. Peraltro, tali orientamenti si prestano allo studio criminologico.

Tanto che si ricorra ad un approccio socio – legale, quanto che si ricorra ad un approccio legale – procedurale. Si tratta di tre direttrici filosofiche che affrontano la relazione tra l’ambiente (gli ecosistemi), gli esseri umani e gli esseri animali, influenzando fortemente il modo in cui i criminologi intendono il “danno” o definiscono il “crimine”. Tali effetti toccano peraltro anche la comprensione, con le discendenti azioni interpretative, e la definizione della vittimizzazione degli esseri umani, degli animali e degli ecosistemi.

L’antropocentrismo è il primo dei tre orientamenti in esame. Incentrato sull’uomo, enfatizza la superiorità biologica, mentale e morale degli esseri umani sulle altre entità viventi e non viventi. Gli antropocentristi sostengono che la natura non umana, sostanzialmente le risorse di cui dispone, costituisce ciò di cui l’uomo può appropriarsi, sfruttare, consumare e smaltire nei modi che meglio possono adattarsi ai suoi bisogni. Dal punto di vista antropologico lo studio del crimine ambientale guarda ed osserva gli esseri umani vedendoli come separati dagli ecosistemi piuttosto che come parte di essi, la cui integrità è significativa nella misura in cui garantisce un apporto benefico alla specie umana. L’idea che il benessere umano possa dipendere interamente dalla sopravvivenza a lungo termine dalle risorse ambientali è un assunto che viene sistematicamente ignorato dai criminologi antropocentristi. Laddove i limiti alle attività umane sono riconosciuti come necessari, la creatività, l’ingegno e l’innovazione tecnologica identificano il modo più adeguato a garantire lo sfruttamento delle risorse naturali. L’antropocentrismo è sintetizzabile in una visione del mondo che riflette esclusivamente l’interesse personalistico dell’uomo.

I criminologi ambientali che ricorrono all’osservazione biocentrica considerano gli esseri umani come fossero sic et simpliciter “un’altra specie” al pari di tutte le altre. L’uomo e la balena hanno lo stesso valore morale. I biocentristi ritengono che “le specie animali e vegetali abbiano un valore intrinseco, ovvero possiedono un valore morale che continueranno comunque ad avere indipendentemente da quanto insignificanti gli esseri umani possano concepire la loro esistenza o il “valore d’uso”. Se si analizza la corrente biocentrista sotto il profilo ideologico, si comprende quanto esso sia strettamente legato alla preservazione e realizzazione di tutte le specie. Non avendo ragione di esistere, le eventuali diseguaglianze sostanziali tra i diversi gruppi umani farebbero venire meno l’intrinseco problema morale. Spingendosi verso posizioni estremistiche, vi sono autori che in letteratura ritengono che nel biocentrismo vi sia un carattere misantropico; nel senso che particolari tipi di danno, si pensi, ad esempio, alle malattie o alle morti premature, possono essere considerati benefici per e tra gli esseri umani: maggior numero di forme di vita, principalmente per la specie umana, che determinano una significativa riduzione della popolazione.

Vi è poi la posizione filosofica degli studiosi e ricercatori fautori dell’ecocentrismo, che rifiutano di collocare l’umanità al di sopra o al di sotto della natura. Per costoro la capacità unica degli esseri umani di sviluppare e implementare metodi di produzione che hanno conseguenze globali implica che gli esseri umani abbiano anche l’esplicita responsabilità di garantire che tali metodi di produzione non superino i limiti ecologici del pianeta. Viene individuata e classificata una responsabilità estesa alla vita umana e a quella non umana, nella quale rientra l’ecosistema nella sua interezza.

L’esplorazione dei tre orientamenti ecofilosofici se da un lato influenza i programmi di ricerca dei criminologi ambientali, quindi il loro modo di scegliere ed approfondire gli oggetti di studio dell’ECA; dall’altro fornisce utili input alle politiche legislative e di governance ambientale. Non è un caso che le tre ecofilosofie siano simbioticamente legate ai tre diversi approcci basati essenzialmente sulle tre forme di giustizia:

  • ambientale (antropocentrismo);
  • delle specie (biocentrismo);
  • ecologica (ecocentrismo).

La letteratura criminologica internazionale classifica, e non solo sul piano etimologico, i predetti approcci utilizzando la seguente terminologia, di cui occorre sempre tener conto nella traduzione degli studi ed analisi delle scuole australiana, anglosassone e nord – americana:

  • environmental justice;
  • species justice;
  • ecological justice.

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