Il circo mediatico sul caso di Garlasco è lo specchio perfetto della nostra società nella sua espressione al ribasso, ovviamente, e questa non è certo una novità, ma l’ennesima conferma.
Ma c’è dell’altro.
A cura di Michele Bontempi – penalista del Foro di Brescia.
Secondo le ultime notizie giornalistiche, la nuova indagine sarebbe iniziata perché quella vecchia (che portò ad una condanna definitiva in conseguenza della quale una persona ha quasi finito di scontare 16 anni di reclusione) si è dimostrata una “indagine tossica”, in cui gli investigatori avrebbero agito – per errore o consapevolmente – per incastrare un colpevole prescelto, senza indagare in altre direzioni, pur essendoci validi elementi per farlo.
Non sarebbe l’unica “indagine tossica”, ma la punta di un iceberg di un “sistema” nella conduzione di diverse indagini da parte di alcuni ufficiali di polizia giudiziaria della Procura di Pavia.
Ovviamente, allo stato è solo un’ipotesi, ma il caso Stasi si arricchisce di un ulteriore aspetto critico e risulta paradigmatico di una serie di storture del nostro sistema potenzialmente lesive del fondamentale diritto di libertà del cittadino.
Oltre alla criticità dello standard probatorio per arrivare ad una condanna nei processi indiziari, oltre all’anomalia tutta italiana del prevalere di una condanna su due assoluzioni, oltre alla possibile influenza sulla decisione di condanna dell’opinione pubblica colpevolista, si aggiunge qui il rischio che il potere degli investigatori nella fase delle indagini sconfini in un arbitrio al di fuori di ogni controllo, con il risultato di orientare unidirezionalmente il processo di accertamento della verità.
L’unica certezza è che a rimetterci di fronte a ogni abuso di potere è il singolo cittadino.
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